EMILA SIRAKOVA: CORPI E TATUAGGI IN FA DIESIS

1 Posted by - June 21, 2016 - Kritika segnala, Recensioni
Stati d’animo e stanze blu

I corpi e i tatuaggi in fa diesis di Emila Sirakova

I sentimenti sono una brutta bestia. A volte li eviti, a volte ci vai a braccetto, a volte li stringi tra le mani e sembrano squagliarsi tra le dita, e per quanto si possa provare a riamalgamarli per mantenerne il controllo, si comportano come il mercurio che fuoriesce da un termometro rotto. Alcuni ci fanno soffrire, altri ringiovanire, altri lasciano sfregi indelebili sotto la pelle, altri ci spingono a marchiarne il ricordo ad inchiostro, tanto sulla carta, quanto sull’epidermide. La musica fa da anestetico, da collante, o da stimolante. Dipende dai casi. Ogni nostro stato d’animo comunque, momentaneo o permanente  che sia, si incastra come un tassello nel nostro DNA, dando vita a quel perpetuo puzzle che terminerà proprio quando non potremo più avere la soddisfazione di vederlo finalmente completo.

Prendiamo tutto questo, applichiamo la tecnica del cut-up ideata da William Borroughs nei primi anni sessanta, portata alle orecchie dei molti dal più noto e rimpianto David Bowie, e otteniamo quello che Emila Sirakova ci propone con la sua collezione esposta da Winarts a Milano, in una doppia con Iva Lulashi.

Tra classicismo e modernità, Emila Sirakova parte da una ricerca sulle formose e colorate pin up di ultima generazione. Solo che qui il tatuaggio non ha una funzione decorativa, ma di interpretazione dello stato d’animo del soggetto che lo indossa. Ne è un candido esempio Volevi essere quella con il mare dentro, ove una balena si immerge nelle profondità marine, giusto nel mezzo di un seno volutamente scoperto dal soggetto stesso. Che sia intimamente emblematico o vagamente ironico, l’artista lascia a noi deciderlo.

Il supporto è parte integrante della storia. Cartoline, spartiti, pagine di libri sulla prospettiva geometrica o liriche di canti sovietici, tutte provenienti dalla prima metà del secolo scorso, si compongono in un collage asimmetrico, per riempire le figure o per definire il contesto dei pezzi in collezione.  The Architect studia le nuove tendenze geometriche con cui gli esseri umani adornano oggigiorno la propria cute, presentando sullo sfondo esercizi di prospettiva ortogonale. Il titolo richiama volutamente il pezzo composto dai Deus, che nei suoi versi chiede se tale architetto stia commettendo un egocidio. La sua risposta, che compone il ritornello di questa canzone, ha affascinato e guidato Emila alla composizione dell’omonima tela, in una visione di artefice massonico, quasi ad immaginarlo come il personaggio descritto nel celebre film delle sorelle Whachowski.

Il giallognolo della carta per gli anni trascorsi e le tecniche di invecchiamento al caffè, sporcano il supporto ligneo con una patina vintage, come a volerci dire quante, i soggetti, ne possano aver passate. Il tratto è matita, nera o colorata, a definire i corpi seminudi ed incompleti. Gli smalti azzurri riempiono gli spazi vuoti attorno ad essi, infrangendo talvolta i limiti, come umida condensa che cola copiosa sulla pelle, in un’afosa giornata di pioggia a Saigon o, come in questi giorni, Milano. La teoria di ogni marea oceanica rende al meglio l’idea di ciò che abbiamo respirato nell’ultimo mese sulle rive del Naviglio Grande.

La musica è il pennello invisibile dell’artista, senza il quale nulla è possibile. Sembra quasi guidarne la mano, definire lo spessore del tratto, scegliere la prospettiva dei soggetti raffigurati. The blue room, oltre ad essere un omaggio a Chet Baker, è il punto di partenza da cui si è sviluppata tutta la collezione. Una bozza di ricerca, nella quale troviamo tutti gli elementi sparsi nelle successive creazioni. L’indagine sui moderni selfie incontra casualmente un autoritratto dell’artista, facendoci perdere in un “chi ha fotografato chi?” per un conto dispari delle mani raffigurate.

Insomma, se già avete intenzione di visitare la scandalosa collettiva che inaugura proprio oggi, a cui anch’ella parteciperà, un salto in via Pallavicino 21 è di dovere. Non si sa mai che possiate aggiungere un ulteriore tassello al vostro puzzle genetico.

Una soundtrack per visitare la mostra? Decisamente questa.

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