ATMAN. Robert Gligorov | Padiglione Tibet | Cà Zenobio, Venezia | maggio-agosto 2017

0 Posted by - August 22, 2017 - Interviste, Kritika segnala
Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Premessa: per ora ho visitato solo l’Arsenale.

L’ho visitato benissimo, da perfetto turista sinceramente interessato alla Biennale di Venezia e i miei piccoli lettori potranno leggere la mia opinione qui.

Questo per dire che non sono nelle condizioni di giudicare l’installazione che Robert Gligorov ha presentato nel Padiglione del Tibet: lo farò quando tornerò a Venezia per visitare il resto della Biennale.

Quel che ho letto dell’intervista di Alessandro Trabucco (a proposito, andatevi a leggere quella che realizzammo anni fa) mi mette però in allarme, per l’uso disinvolto di simboli, come dire?, socialmente e storicamente sensibili.

Leggerete infatti, dalla viva penna di Alessandro Trabucco, che Atman, l’opera in questione ha suscitato non poche polemiche, dentro e fuori dai social network: nella realtà virtuale in cui tutti sono opinionisti e nella dura realtà del mondo là fuori, dove talvolta il confronto e lo scontro di idee portano a recondite armonie fra i contendenti.

E poi vi dirò la mia su Atman quando tornerò nella Serenissima Repubblica.

Emanuele Beluffi

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Intervista di Alessandro Trabucco

Atman in sanscrito significa “soffio vitale”, termine che viene anche tradotto come pronome riflessivo della terza persona ““.

Robert Gligorov ha scelto proprio questo termine per denominare la sua grande installazione a Ca’ Zenobio degli Armeni all’interno del Padiglione Tibet, allestita come evento collaterale alla 57ma Biennale d’Arti Visive di Venezia.

Il padiglione tibetano ospita una gigantesca mostra collettiva promossa e curata da Ruggero Maggi, un appuntamento biennale che si ripete da molti anni. In questo contesto Atman, progetto curato nello specifico da Luca Pietro Acquati, ha avuto un grandissimo impatto visivo ed emotivo, che non ha lasciato indifferente il pubblico, andando a toccare tematiche di estrema importanza e delicatezza.

Gligorov non è nuovo a provocazioni e a gesti eclatanti, a volte al limite della tolleranza; artista controverso ed eclettico, con questa installazione ha voluto mettere in discussione parecchi luoghi comuni e prese di posizione ormai consolidate ed inattaccabili. Inevitabili sono state dunque alcune reazioni violente seguite da accese polemiche.

Ma qual è stata la vera causa che ha originato questa ondata di indignazione? Sicuramente l’utilizzo deliberato, ed intenzionalmente ostentato dall’artista, di uno dei simboli più antichi della storia dell’uomo, ma anche portatore di un significato tragicamente nefasto, foriero di terribili e disumane sofferenze, un simbolo ormai associato fatalmente ad una precisa locuzione, coniata proprio dai tribunali internazionali seguiti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e mai utilizzata in precedenza: CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, quindi… la svastica nazista.

Diversi anni fa ho avuto modo di scrivere di certi atteggiamenti provocatori da parte di alcuni artisti italiani riguardo l’uso indiscriminato di questo simbolo malefico e dell’immagine di Adolf Hitler a scopi puramente auto pubblicitari, riscontrando una superficialità disarmante sia nei contenuti sia nelle realizzazioni formali di certe pseudo opere d’arte.

La differenza sostanziale tra quelle opere (non dimentichiamoci l’Hitler inginocchiato di Maurizio Cattelan battuto all’asta per 17 milioni di dollari) e questa grande installazione di Robert Gligorov sta proprio nei contenuti. Lo stesso luogo, il Collegio Armeno di Venezia, è altamente simbolico visto il genocidio subìto agli inizi del Novecento da questo popolo durante la Prima Guerra Mondiale.

L’utilizzo della svastica da parte dell’artista macedone, naturalizzato italiano, sta proprio nella profonda riflessione sul concetto stesso di appropriazione e recupero di alcune culture millenarie, sull’abusivismo e la “circonvenzione d’incapace” (per esempio il popolo tedesco degli anni Trenta) e la ferma decisione, visivamente violenta, da parte dell’artista di riproporre argomenti scomodi sui quali poter ricominciare a riflettere, senza cadere in sterili polemiche preconfezionate.

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

In questo modo la svastica, nel lavoro di Robert Gligorov, vuole riaffermare il proprio significato originario, cioè quello del sole induista, simbolo di pace e prosperità, naturalmente con la consapevolezza da parte dell’artista del legame storico (purtroppo illecito e malsano) con la stretta attualità delle persecuzioni antisemite perpetrate nella metà del XX Secolo dal regime hitleriano, l’immane tragedia con tutti gli strascichi di dolore e morte che per sempre si porterà dietro come marchio incancellabile.

Ma il gesto che ha evidenziato di più questa volontà di recupero storico è stato quello di incidere su ogni singola croce piantata nel campo di Cà Zenobio il nome di una personalità del buddismo tibetano, compiendo un’approfondita ricerca nel passato di tutti quei personaggi che ne hanno fatto la storia e la cultura millenaria.

Non sono di certo mancate accuse di antisemitismo e apologia di nazismo, insulti da parte di haters professionisti, derive ideologiche in ritardo di qualche decennio, affermazioni di revisionismo storico, ma anche argomentazioni intelligenti ed approfondite, oltre le apparenze e le risoluzioni di basso profilo.

Dopo tutto ciò, qualche tempo dopo l’inaugurazione dell’evento, abbiamo incontrato Robert Gligorov per chiedergli spiegazioni su questo suo incredibile e certamente scomodo gesto artistico.

Ecco cosa ci ha risposto.

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov: Premetto che il Tibet non è uno Stato e quindi non è ufficialmente all’interno della Biennale come mostra collaterale, però il Padiglione Tibet è una manifestazione espositiva riconosciuta e molto visitata.

Quando mi hanno invitato, avendo visto questo enorme giardino così regolare e ben tenuto con piante e fiori, ho pensato di proporre loro questo progetto che ricorda un po’ i cimiteri anglosassoni americani, la cui caratteristica principale è quella di avere un prato molto ben curato e un’ordinata distesa di croci cristiane in sasso bianco, con il numero del soldato morto. Non si sa nemmeno se sotto sia veramente sepolto il corpo del soldato americano…

Il mio lavoro ha sempre, in qualche modo, indagato le cause e gli effetti della storia, dei simboli, del passato recente e anche di quello più antico. In questo caso ho riflettuto su alcune cose: sembra che ci siano dei buoni morti e dei cattivi morti, l’opera nasce un po’ così, in realtà. Per un attimo ho pensato ai soldati tedeschi, ai quei ragazzi morti nelle guerre, non è detto che fossero dei buoni o cattivi morti. Hitler in realtà si è appropriato di questo simbolo antico della svastica modificandolo un po’, eliminando alcuni elementi, dandogli un colore differente e ruotandolo di qualche grado in senso orario, usandolo “abusivamente” per la propria propaganda politica.

Quindi ho riflettuto sul nazista buono e sul nazista cattivo morto, l’americano invece è sempre buono, sempre un eroe, rendendomi conto di quale sia stato il messaggio passato alla storia sui vincitori e i vinti.

Alessandro Trabucco: Ma qui sembra che tu abbia fatto una scelta precisa, una sorta di selezione di alcuni morti rispetto ad altri. Come giustifichi, a noi pubblico, questa cosa un po’ troppo eccessiva?

Robert Gligorov: Ho pensato, in un modo volutamente provocatorio, di prendere la svastica e di inserirla in un prato verde come se indicasse simbolicamente la tomba di ogni singolo nazista morto, ma l’intenzione reale è stata quella di stravolgerne il significato proprio perché inserita in un contesto differente, quello del Padiglione Tibet. Il popolo tibetano è stato combattuto e sterminato da parte dei cinesi, quindi in realtà è un popolo che è sempre stato in fuga, ha dovuto comunque in qualche modo difendersi e cercare di affermare la propria autonomia. Ad oggi non è uno Stato riconosciuto, come dicevo prima, anche per la Biennale.

Guarda caso in Tibet, e non soltanto lì ma in tutta la cultura indiana, la svastica (in realtà si dovrebbe dire LO svastica) è un simbolo che rappresenta il sole, l’infinito, è un simbolo positivo, che indica il “benvenuto” quando lo trovi all’entrata di una casa. Persino il Buddha ce l’ha disegnato sul petto.

Invece la svastica, qui in occidente e come significato più recente, viene vista come il simbolo del male assoluto, perché ha caratterizzato la propaganda nazista. Ma da un’altra parte del mondo, e per un’altra cultura, la svastica è vista come la croce cristiana da noi in occidente.

E’ un mio personale modo di giocare con i luoghi comuni, con la memoria breve, utilizzando questo prato verde e sostituendo la croce cristiana con 60 svastiche in marmo bianco di Carrara.

Quindi lo hai fatto recuperando il significato originale tibetano, hai ruotato in senso antiorario la svastica riportandola alla sua naturale posizione. E’ veramente questo ciò che volevi fare in realtà?

Certo, in questo caso ho deciso, anzi, abbiamo deciso insieme a te, Alessandro, che hai seguito dall’inizio la genesi di tutto il lavoro, di scrivere su ogni svastica i nomi di monaci tibetani buddisti, quello dei vari Dalai Lama, o di persone legate alla cultura indù, quelle che sono state di rilievo, facendo un’approfondita ricerca su internet di questi 60 nomi da scrivere su ciascuna croce. Non c’è l’ultimo Dalai Lama perché è ancora vivo.

Ci sono anche i nomi di monaci tibetani uccisi negli ultimi anni…

Sì, ci sono anche i loro nomi. E’ stata un’esperienza per studiare un po’ di più la loro cultura. Il viaggio di fare questa operazione è stato molto interessante.

Quindi, abbinare in un luogo occidentale queste svastiche dal primo impatto è risultata una cosa inaccettabile, nello stesso tempo una volta che leggi i nomi di questi rappresentanti della storia tibetana ti fai magari anche delle domande, cerchi di capire il significato profondo di questa installazione.

I nazisti si sono appropriati di un simbolo sacro antico, anche se la svastica non ha un copyright tibetano, essendoci delle tracce già nel paleolitico, quindi da migliaia di anni, però mi è sembrato un ottimo binomio questa operazione “site specific” di abbinare in un modo così scomodo la svastica con i nomi, risultando come una sorta di monumento alla memoria di questi monaci che per la maggior parte sono sconosciuti, giusto chi è interessato specificatamente a quella cultura potrebbe conoscerli. Noi conosciamo al massimo il Mahatma Gandhi, il Dalai Lama, Siddharta, quelli più noti passati al cinema e alla letteratura. E’ proprio tipico della nostra cultura, dove passano certe cose ed altre invece no.

Che reazioni ha suscitato questa tua operazione così forte e provocatoria? Non credi che l’arte debba in qualche modo scardinare delle porte che se rimaste per troppo tempo chiuse rischiano di impedire un confronto costruttivo e un vivace dialogo tra le varie culture del nostro tempo?

Le reazioni sono state abbastanza eterogenee, c’è chi ha compreso l’intera operazione mentre per esempio la comunità ebraica ha protestato vigorosamente chiedendo la rimozione di tutte le svastiche.

Noi però abbiamo spiegato con una lettera le motivazioni dell’opera e quindi hanno ritirato la richiesta.

Per loro non dovevamo farla, era una sorta di apologia del nazismo, ma io non avrei mai realizzato un’apologia del nazismo, del fascismo e di tutte le dittature politiche.

Tra l’altro, come riportato su Wikipedia alla voce “Svastica”, nel febbraio del 2008 “a coronamento di un solenne incontro a Gerusalemme il Gran Rabbinato d’Israele e l’Hindu Dharma Acharya Sabha hanno siglato una dichiarazione comune al cui punto 7 si dà atto che lo svastika è un antico e importante simbolo religioso dello Hindūismo, che nulla ha a che fare con il nazismo e che l’utilizzo passato di tale simbolo da parte di questo regime è stato assolutamente improprio“.

Una volta compreso il significato dell’opera hanno smesso di protestare. L’opera d’arte, come dici tu, deve essere un ponte per creare dibattiti.

Mi hai detto che comunque si è verificato un episodio spiacevole…

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

Robert Gligorov, Atman, Padiglione Tibet, Cà Zenobio, 2017, Courtesy Robert Gligorov

E’ successo che abbiamo trovato una svastica rotta, completamente distrutta, quindi stiamo verificando se sia stato intenzionale, come atto di vandalismo. Questo dimostra ancora una volta di quanto i simboli e i valori di certe culture possano scatenare delle reazioni violente ed incontrollate.

E’ stato comunque un intervento di quelli che più amo fare, cioè realizzare non un’opera fine a se stessa, a livello decorativo, ma che si presenti come l’apertura a una conoscenza maggiore di chi siamo e di quella che è stata la nostra storia. Ma questo vale anche per me, anche io voglio imparare. In questo modo si aprono delle discussioni, con delle argomentazioni, amplificando certe problematiche e, nel caso specifico, quella tibetana, il riconoscimento di questo Stato e di tutto quello per cui loro lottano.

Che riscontri ci sono stati sul web? Ne hai notizie?

Devo dire che da parte tibetana ho avuto dei grandi consensi, non solo, mi hanno anche invitato ad esporre questa installazione in altri luoghi. Avrò avuto 30.000 condivisioni su Facebook riconoscendo la potenza di questa opera come monumento, omaggio a queste persone che hanno dedicato la loro vita al pensiero, alla conoscenza e, soprattutto, alla PACE.

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